Domenica, giorno di Pasqua, sono stato all’Alpe di Noveis (pronvincia di Biella), per questioni mangerecce. Ma era da un pezzo che volevo andare lassù. Volevo vedere (e fotografare) il monumento ai sette partigiani lì fucilati dai repubblichini delle Brigate Nere il 20 luglio 1944, lo stesso giorno del fallito attentato a Hitler a Rastenburg.
Antonio Gobbi, classe 1923 di Mede Lomellina, Mario Silvola, classe 1926 di Arona, Antonino Toscano, classe 1920 di origine meridionale ed altri quattro mai identificati, forse carabinieri unitisi ai partigiani della Garibaldi, furono catturati in un rastrellamento sulle montagne della zona, condotti all’Albergo Vercelli all’Alpe di Noveis, torturati ed uccisi non prima di essere presi in giro promettendogli la libertà.
Una strada “cammino di pace e libertà” ed un altare laico li ricorda. Avevano scelto la dura vita dei braccati per le loro idee e rifiutato il caldo e i pasti sempre pronti delle caserme repubblichine, e per questo sono stati uccisi. E qualcuno vorrebbe che il loro sacrificio sia equiparato a chi stava dalla parte delle belve naziste, da chi ha negato per decenni la libertà, da chi li ha torturati.
Nonostante il buon numero di persone nei paraggi, anche a pochi metri di distanza, eravamo solo in due presso quel monumento. Io ed una persona sui 65-70 anni. Certo è faticoso pensare, è impegnativo, è forse anche scomodo sapere che dei ragazzi ci hanno lasciato le penne per la nostra libertà, quei ragazzi col cui sangue è stata scritta la Costituzione della Repubblica Italiana, come disse Piero Calamandrei, partigiano resistente ed intellettuale. Molto più semplice una passeggiata, magari pensando a chi sarà il prossimo eliminato nella casa del grande fratello… finendo per diventare il giusto brodo di coltura per chi, mettendo tutti sullo stesso piano, vuole cancellare la Resistenza e ciò che essa ha rappresentato, uccidendo così un’altra volta chi è già stato ucciso per la libertà.